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La storia dell'implantologia
La scoperta strepitosa del reperto etrusco di Valsiarosa – Falernii Veteres (a Civita Castellana in provincia di Viterbo) rivela che la fantasia italica era prospera fin dall’antichità e l’intervento a cui fu sottoposto il facoltoso paziente del ritrovamento indica che non era raro l’impianto endosseo dentale. Lo dimostra l’impianto in lamina d’oro che probabilmente sosteneva denti fittizi della mandibola.
Purtroppo, la scarsa conoscenza dei rischi post-
Un altro ritrovamento interessante, il reperto gallico-
L’italiano Maggiolo (di Chiavari) nel 1809 formula un manuale in francese "Manuel de l’art dentarie" in cui descrive i suoi impianti endossei in oro. Si tratta di strutture con una parte radicolare a cono dotata di tre occhielli che hanno la funzione di trattenere l’osso e una parte superiore a forma di bottone per consentire l’ancoraggio della protesi. A fine secolo seguono i tentativi di J. F. Wright, C. E. Friel e F. W. Levis. Si passa ai denti in porcellana porosi o con fori radicolari per permettere al dente di attecchire nell’alveolo e allo stesso tempo scongiurare l’ascesso periapicale con un drenaggio. Dalla prima metà del 1900 si utilizzano argento e oro per gli impianti.sperimentazione più importante spetta a Grienfield,che adotta l’iridioplatino ottenendo il brevetto. Il suo è di fattoil primo impianto a due tempi. Si scava l’osso con le frese e vi si fissa un moncone. La struttura viene perfezionata con impianti a forma di spirale, fino ad arrivare alla vite filettata. Nel 1938 lo svedese Dhal realizza con successo la prima struttura iuxtaosseo-
L’implantologia moderna nasce in Italia grazie ad un dentista modenese, il dott. Manlio Formiggini.
Nel 1947 Formiggini adotta la tecnica definita di “infibulazione diretta endoalveolare” di viti cave a spirale. Il tessuto fibroso si inserisce nella cavità e si trasforma in osso per ritenzione ossea. In Uruguay, negli anni ’50, si intuisce l’importanza della modalità soggettiva di intervento, che avviene dopo aver rilevato le impronte interradicolari. Verso la fine degli anni ’50 la scuola italiana si distingue per le sperimentazioni di istologia implantare sommersa, grazie al trentino Pasqualini che riesce a dimostrare l’osteogenesi riparativa.
I successi di Formiggini e dei suoi allievi si concretizzano nel GISI (Gruppo Italiano Studi Implantari) che raccoglie proseliti anche all’estero. Di fatto, anche studiosi stranieri tendono a riproporre la vite cava e le metodiche di Formiggini. Negli anni ’60, l’italiano Tramonte introduce l’impiego del titanio per il suo impianto monolitico con vite autofilettante, e molti lo imitano. Sempre in Italia nascono strumentazioni che facilitano la saldatura delle strutture e si perfezionano tecniche ad aghi, a lama e soprattutto a vite.
Non c’è, però, un coordinamento accademico scientifico, universalmente riconosciuto ed accettato, dovuto soprattutto all’empirismo dell’approccio clinico-
La storia dell’implantologia moderna “osteointegrata”, caratterizzata da un rigore scientifico comprovato, nasce negli anni ’80 con il prof. Per Ingvar Bränemark, ricercatore svedese che diffonde il concetto basilare dell’osteointegrazione o “nuova implantologia”.
Di fatto il mondo accademico si riunisce intorno alle sue dimostrazioni e anche la Scuola Italiana gli è debitrice. Negli anni recenti, dal 2000 in poi, si cerca di fatto una mediazione tra i migliori risultati classici e l’impronta moderna. Nel 2007 nasce la IAFIL (International Academy for Immediate Loading) che diffonde e perfeziona lo studio del carico immediato.
Tutto il resto è attualità e continua innovazione tecnologica.